LEGIT

“La foglia di un albero è lo sforzo senza fine della terra di comunicare con il cielo.”

Rabindranath Tagore

Sappiamo che, nelle forme dell’arte, lo spessore, la profondità, il senso stesso dell’opera partono da un rapporto dialettico. E che sia proprio questa serie di dualismi, di contraddittori che si nascondono dentro l’opera a donarle la capacità di depositarsi sotto la semplice percezione superficiale delle immagini, e ad andare a toccare qualcosa di più profondo e persistente. Ed è d’altronde dimostrato scientificamente che l’arte comunichi direttamente con gli strati più profondi del nostro essere, insinuandosi perfino tra le fondamenta dell’inconscio.  L’arte, dunque, può colpirci in profondità portando in dote quell’armoniosa antinomia che anima l’energia stessa che sta all’origine di tutte le cose. La Natura, osservata sia nelle proprie dinamiche universali che particolarissime procede servendosi continuamente di questo alternarsi di creazione e distruzione, accumulo e disgregamento, nitidezza formale e irregolarità materica.

In questa visione dialettica si inquadra perfettamente la ricerca artistica di Georgia Matteini Palmerini che, soprattutto nelle espressioni più marcatamente scultoree,  è sempre in equilibrio tra acuta osservazione scientifica e plastica matericità, tra rigorosa disciplina naturalistica e libero slancio poetico.

Uno slancio poetico che da subito emerge d’impatto nell’opera Legit, un’installazione scultorea di oltre mille foglie raccolte, catalogate, riprodotte fedelmente in porcellana e presentate poi con un cartellino botanico che, come da pratica scientifica, indica data, luogo e cognome di chi le ha trovate e raccolte.

“Il progetto è un monumento alla natura, – racconta l’artista – la sindone di un passaggio effimero, che copre l’arco di un anno: attraverso la vita di ogni singola foglia”. Una scelta, quella della magnolia – albero sempreverde che non perde mai del tutto le proprie foglie, rigenerandole continuamente durante l’anno – non soltanto concettuale ma fortemente biografica, legata all’infanzia e ai propri ricordi più belli.

Le foglie morte, dunque, in questo caso non sono, per l’artista riminese,  il classico simbolo della caducità delle cose come quelle, ad esempio, cantate da Yves Montand, simbolo di qualcosa di bello, quanto un amore, inesorabilmente perduto, ma un monumento alla infinita circolarità della vita, all’essenza stessa di un albero, di ogni albero e, dunque, della Natura. Un’opera in cui un’inevitabile, lirico struggimento si stempera, anche grazie alla scelta cromatica dell’artista, in una visione armoniosa che pone lo scorrere del tempo come simbolo di un plausibile senso dell’esistenza.

Matteo Zauli

2021 – Porcellana, alluminio, carta

Misure variabili – diametro installazione c.a. 400 cm